Fratellino Fratelletto. Le sere del Pantheon 6
Mio fratello non è venuto al Pantheon nemmeno stasera. Sono cinque giorni di fila che non lo vedo, e non lo sento.
Stasera al Pantheon non c'è proprio nessuno. Nemmeno Patrick si fa vedere.
Quando sono le dieci Emanuela mi chiede se voglio rientrare prima.
Propongo a lei e Adriano di venire in casa mia. Mia sorella è in gita con la scuola e mia madre ne ha approfittato per passare qualche giorno da Zia Clara. Così io sono rimasto a casa da solo.
Adriano è impressionato dalla casa, dalla stanza che divido a metà con mia sorella (Come fai? non potrei mai! mi dice, io evito di spiegargli che mia sorella dorme con mamma e che in camera sono praticamente da solo), dai libri che presto occuperanno le altre stanze della casa, li hai letti tutti? Quante volte mi sono sentito fare quella domanda...
Poi Emanuela mi chiede di raccontarle bene la storia con mio fratello.
Siamo in camera da pranzo, illuminata solamente dalla luce dalla lampada della signora in giallo, verdolina e tenue, la stessa che c'era quando ho toccato il pacco di Luca tanti anni prima, quella che illuminava le mie sere solitarie a vedere la tv, quando nonna mi chiamava dalla sua stanza, la stessa che illuminava i foglietti pubblicitari degli occhi oleosi della Kelemata. E che adesso illumina la stanza mentre racconto di mio fratello a Emanuela e al suo ragazzo omosessuale Adriano.
Le dico tutto, tranne i dettagli sessuali.
Il guaio è che mentre le racconto tutto mi sembra che non ci sia in realtà problema alcuno. Non è la prima volta che Alessandro non viene al Pantheon per qualche giorno, e da quando ha iniziato a lavorare con Alessandra le serate in cui manca sono aumentate.
La mia inquietudine nasce dalla mancanza di reazioni dopo che lo abbiamo fatto.
Non mi aspetto nulla di particolare, non pretendo certo che mio fratello voglia venire a vivere con me, o che mi chiami per dirmi come la signorina Silvani dopo che l'ha fatto con Fantozzi, ammazza che me so perso... aridammello!!!!
Però mi aspetto una qualche reazione ora che siamo passati dallo stato del solo amici a quello degli amici di letto.
Mentre io sono lì che penso a quando stavamo facendo sesso e vorrei condividere le emozioni di allora e quelle di adesso che ci ripenso, da parte di Alessandro mio fratello mi sembra di ricevere indifferenza come non fosse successo, nulla come se il fare sesso non avesse cambiato di una virgola il nostro rapporto. Come se il sesso non conti. Probabilmente è così. Per Ale è così. Perché il sesso è la cosa più facile da fare.
E' tutto il resto che non lo è.
Penso tutto questo mentre racconto i dettagli, la cronologia, i e lui mi ha detto e io gli ho risposto a Emanuela.
Mi guardo bene da dir loro queste mie perplessità. Fossimo da soli io e Manuela forse mi azzarderei pure ma davanti ad Adriano non mi sento ispirato.
Con Adriano non c'è mai stata confidenza.
L'ho sempre evitata per non dirgli quello che pensavo di lui e cioè che fosse improbabile che lui stesse con Emanuela.
Non ho mai pensato che la sua effeminatezza potesse essere quella di un ragazzo etero, o bisex.
Sono sempre stato un po' checcofobo e all'epoca lo ero ancora di più.
Solo una volta eravamo entrai in confidenza quando Adriano era tornato dalle Mauritius di cui era originario e io gli avevo detto che si era abbronzato.
Lui aveva sgranato gli occhi e mi aveva detto ma io sono nero.
In realtà Adriano era mulatto, solo il padre era nero, la madre era caucasica. Ed era più scuro di pelle di quando era partito. No. Non più scuro ma di una tonalità di scuro differente.
Non insistetti quella volta. Mi sorpresi solamente che non lo consideravo nero ma solo differentemente abbronzato.
C'era questo sforzo continuo in Adriano, lo sforzo continuo di essere sempre così camp, così sempre sopra le righe. Così effeminato. Uno sforzo che mi teneva a distanza. Mi dava fastidio anche se da lui lo accettavo molto più che da un estraneo.
Quella ricerca di un effetto ogni costo l'ho sempre trovata artificiale, finta, ingannatoria. Affettata.
Chissà quale dolore nascondeva Adriano con quella messinscena.
Perché era una messinscena. Una maschera.
Oggi so che l'effeminatezza ad ogni costo può essere uno scudo di difesa, una maschera dietro la quale proteggerci.
Tu pensi che io sia una checca sfranta? Hai ragione, e lo sono moooolto di più di quanto tu non possa mai immaginare.
Ci ho sempre trovato una competizione a chi ha il cazzo più grosso, in chi fa la sfranta, una competizione maschile o, almeno, patriarcale che a me non è mai appartenuta.
Se si tratta di fare a gara a chi ce l'ha più grosso io mi arrendo subito: ce lo hai più grosso tu, vinci tu.
Per me il cazzo grosso non significa nulla né simbolicamente né tantomeno concretamente.
Per me il cazzo deve essere grosso abbastanza da riempire la bocca agevolmente non da dilatare lo sfintere a dismisura per provare il piacere mitologico dell'orgasmo prostatico col quale noi maschi cerchiamo di vincere, superare, surclassare l'orgasmo vaginale.
Sempre in competizione con le donne noi uomini, soprattutto noi froci che le odiamo perché loro pur avendo la fica non stanno là tutto il tempo a cercare di prendere più cazzi possibile come pensiamo che sarebbe se la fica l'avessimo noi.
Loro che possono non lo fanno e allora perché la fica ce l'hanno loro e non noi? Noi si che sapremmo come usarla...
Non ho mai trovato un frocio esente da questa voglia senza fine di avere più cazzi. Naturalmente non prova nulla visto che i miei incontri non hanno peso statistico.
Ci sono state alcune eccezioni come Gianburrasca che però di difetti ne ha talmente d'altri che questo pregio purtroppo viene offuscato.
La nostra lotta al patriarcato, non quella individuale, politica, concreta, ma quella simbolica che crediamo di fare in quanto omosessuali è persa in partenza, perché molti, moltissimi maschi, non posso permettermi di dire tutti nemmeno se lo volessi, non cercano già gli altri uomini ma il loro cazzo.
L'ho fatto anche io, ma io credevo fosse l'unica parte di loro che potevo chiedere.
Te lo prendo in bocca ma è te che volevo non il tuo cazzo.
Potrebbe essere il titolo della mia autobiografia.
Per i miei co-genere invece quello che c'è tutto intorno al cazzo è un problema da risolvere e siccome non abbiamo i cazzi posticci...
Chissà forse il transessualismo è un modo inconscio per combattere questa famelica atavica competizione a chi se ne fa di più, basta cancellare il dimorfismo sessuale.
Basta che appari maschile poi cosa hai in mezzo alle gambe non è poi così importante.
Se non posso staccare il cazzo dal resto del corpo tanto vale che quel corpo non abbia cazzo alcuno.
Una forma di ascetismo monacale.
Se non posso avere solo il cazzo senza il corpo allora meglio il corpo senza niente.
Troviamo forza là dove il sesso rimane potenzialmente sottotraccia, pronto a collassare dalla sua funzione simbolica a una mancanza concreta.
Perché quella fame di cazzo nasce da una necessità del maschile che in noi sentiamo mancante.
Ma no, sto attribuendo agli altri froci quello che vale per me. Sai gli strilli se quelli quando si inginocchiano non trovano i corpi cavernosi...
Io invece ho vissuto uno o due amori asessuati.
Il primo simmetrico, au pair con Silvio col quale non c'era alchimia sessuale alcuna. Ci abbiamo provato ma il desiderio sessuale mancava da entrambi le parti anche se questo non ci ha impedito di amarci.
E poi con Gianburrasca che si sottraeva al sesso per motivi molto meno complessi di quel che credessi ma che mi ha trovato consenziente perché oggi ho scoperto che il sesso non è tutto e che non si parte dal cazzo per conquistare un uomo, prima conquisti tutto il resto e il premio finale è il suo cazzo.
Non è colpa mia se è lo stesso modus operandi etero.
Confrontarmi con Adriano significava confrontarmi con un maschile altro che performava il sesso molto più di quanto non mi sentissi di farlo io, visto che almeno fino ai trent'anni sono stato il primo a pensare che i pompini che facevo non era veramente scopare, che sì, insomma, se non c'era il coito non c'era performance.
Mi ha più fatto male crederlo di quanto non me ne faccia adesso confessarlo.
Avrei potuto avvicinarmi ad Adriano e provarmi a conoscerlo e fargli tutte le domande che volevo ma ero troppo preso dalle mie emozioni, troppo attento a non affogarvici dentro per potermi permettere anche solo di accorgermi di quelle altrui, per questo di Adriano non posso dire di averlo mai conosciuto veramente.
Mentre rimaniamo in silenzio in camera da pranzo li invito ad ascoltare Nei miei occhi dall'ultimo disco di Mina che secondo me si addice benissimo a me e mio fratello.
Sono sempre stato bravo a trovare canzoni che riassumessero la mia situazione sentimentale.
Mina canta
risposte non ne ho
non so più chi sei
da quando ho visto lei
abbracciata a te
Quando lo dico a Emanuela lei mi risponde che mi gonfia ma si vede che anche lo pensa anche lei.
Quando la canzone finisce Emanuela ritrova la sua verve e mi dice Tu inviti Alessandro a casa tua, lo fai accomodare e gli canti non Mina ma questa filastrocca:
Fratellino fratelletto
vien di là con me
sul letto
fratellino fratellazzo
statte zito
e damme er cazzo
Come potevo non essere felice di conoscerla?
Una sera che, rientrati dal Pantheon Emanuela mi aveva chiesto se volevo andare da lei, i suoi non c'erano e lei mi poteva far entrare.
Nemmeno suo fratello Armando c'era. Ce ne stavamo lì, un po' infreddoliti, un po' con la voglia di fumare, ma avevamo finito le sigarette e di andare in giro a trovare un distributore funzionante di sigarette non ci andava. All'epoca erano rari i distributori funzionanti, gli unici sopravvissuti alla mancata manutenzione di quelli istallati negli anni settanta.
Poi quando la mia vista si abitua alla penombra della camera da pranzo dove ci troviamo scovo sotto la credenza una sigaretta.
Quando mi ci precipito sotto per raccoglierla Emanuela si spaventa e mi chiede sospettosa Ma che fai ? C'è una sigaretta le rispondo Ma perché menti così guarda che te gonfio poi quando vede che la tengo tra il pollice e l'indice si zittisce.
- Ma ce l'hai messa tu?
- Stava là e indico la credenza che adesso mi sembra un po' magica.
Ce la fumiamo spartendocela gelosamente poi quando sono quasi le due me ne torno a casa svogliato come quel fine serata strano e solitario che avevamo passato.
Poi Adriano dice a Emanuela che vuole andare, mi saluta, mi fa di nuovo i complimenti per la casa Emanuela lo segue mi dice cappellaio buonanotte! vedrai che con tuo fratello si aggiusta tutto, e sono già sul pianerottolo mentre io mi ritrovo come al solito da solo nella casa grande e vuota senza mio fratello, senza qualcuno che pensi che valga la pena di fermarsi la notte da me.

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