Alone Again
Doveva essere Pasqua del 73, o forse del 72.
Silvia aveva un febbrone e mamma era preoccupata.
Dopocena, verso le 21.30 ero ancora sveglio e in piedi esentato dall'emergenza.
Una situazione liminare che aveva già di per sé dell'eccezionale tanto che la ricordo ancora come fosse ieri, io in camera di mamma, dove dormiva Silvia, la stanza illuminata solamente dall'abat-jour, il riflesso del grande specchio sopra il comò di mamma, laccato nero lucido, col marmo beige, tre cassetti su due file, lungo, grande, imponente.
Giocavo spesso davanti quel comò, con quello specchio che permetteva di vedere tutta la figura, per controllare il lips sinc, cui già mi cimentavo all'epoca, andando su Paola Tedesco, Loretta Goggi, Raffaella Carrà.
Poi, ancora più tardi, un'eccezione sull'eccezione.
Verso le 22.00 Mario si presenta a casa nostra.
Mamma è contrariata dalla sua presenza.
Credo che Mario si fosse presentato perché voleva vedere mamma che forse doveva raggiungerlo per Pasqua ma lo stato di salute di Silvia glielo aveva impedito.
Vado a braccio in queste ricostruzioni, perché mamma non veniva certo a raccontare a me il suo ménage con Mario, e io, nonostante qualcosa la intuissi, non ci capivo niente di amore, allora. Bambino dotato forse, ma sempre sette anni avevo.
Ricordo che tempo dopo chiesi a mamma se aveva amato Mario senza avere il coraggio di chiederglielo direttamente porgendole un bigliettino che le diedi mentre lei armeggiava alla macchina da cucire e quindi era già nervosa, nel quale avevo scritto in fretta tu hai amato Mario, vero? e lì mia madre devo dire si comportò bene dicendomi che se volevo sapere qualcosa dovevo almeno avere la decenza di chiederglielo direttamente, senza vergognarmi.
Chapeau.
Non so se la questione fosse solamente una scelta impossibile tra Mario e me e Silvia, se Mario fosse il classico maschio stronzo che vuole la donna per sé ma non i suoi figli, oppure se mamma usava noi come strumento di gestione di un rapporto del quale non era convinta fino in fondo.
So solo che mamma era risentita di quella presenza che riteneva forzata.
Lui si doveva essere presentato nonostante lei gli avesse detto di non farlo. Mario rivendicava il suo diritto di vederla. Io non ci vedevo niente di male.
Mario mi era indifferente, non lo trovavo invadente, piaceva a mamma e questo mi bastava.
Era magro, minuto, moro, di carnagione scura, di un'età indefinibile probabilmente più giovane di quel che dimostrava, come sono i contadini, asciutti, secchi, rugosi, consumati, scattanti.
Doveva essere nel pieno dei 40 all'incirca dieci anni di meno di mamma.
La sua presenza era una gradita interruzione della routine ginecratica.
Non parliamo qui, dice mamma, Silvia ha la febbre.
Come dire, "la bambina ha bisogno di pace non di parole agitate".
Andiamo a fare un giro fa Mario. Ti porto al Gianicolo. Non ricordo l'idea del Gianicolo di chi fu.
Io con l'audacia data dall'adrenalina di una situazione unica e irripetibile dico, vengo anche io.
Mario non vorrebbe ma non è proprio quello il punto? La sua incapacità di accettare anche la nostra esistenza nel suo rapporto con mia madre?
Così Mario non può dire di no e stranamente anche mia madre acconsente, o, meglio, non si oppone.
Forse così si sente meno in colpa di uscire col suo amante il venerdì santo, invece di rimanere con noi figli.
Siamo lì nel macchinone da burino, l'espressione è di mamma, che tradisce tutto il suo classismo piccolo borghese, lo stesso identico di mia sorella, che lo ha ereditato pari pari, io trovavo quell'espressione ingrata perché dal macchinone ci lasciavamo scorrazzare, facile fare le critiche così. Era una fiat Mirafiori blu, sportiva, e alla moda, tutt'altro che burina, anzi sobria ed elegante, sulla quale ero già salito (o salirò) a Riccione, una sera che Mario era venuto a prenderci per fare un giro e i carabinieri lo avevano fermato contestandogli una semaforo passato col rosso. Mario, calmo ma autorevole, era sceso dalla macchina dicendo loro andiamo a vedere questo semaforo.
Quella volta imparai che anche alle guardie ,con calma ed educazione, puoi contestare qualcosa se credi sia sbagliata.
Preziosa lezione di vita per me.
Insomma siamo al Gianicolo e io so di essere il terzo incomodo così precedo mamma e Mario camminando diversi metri davanti loro, per lasciargli al possibilità di parlare senza che orecchie indiscrete, anche se infantili, li possa disturbare.
Mi sforzo di camminare più veloce di loro che, per fortuna, sono rallentati da un chiacchiericcio fitto e serrato, ma non ostile, e mi rendono dunque facile il compito, io bradipa fin da bambina.
Provo un certo imbarazzato per avere imposto la mia presenza e non voglio ascoltare quel che hanno da dirsi, soprattutto se si tratta di smancerie, che malsopporterei visto che riguardano mamma.
Mi imbarazzo anche di essere malizioso abbastanza da pensare di dover lasciare loro spazio per le smancerie ma sono anche orgoglioso di me perché sto seguendo il mio intuito senza che mamma una volta tanto abbia da ridire della mia malizia, del modo in cui essa mi fa vedere le cose, distratta com'è dall'incombenza di dover mettere Mario al posto suo.
Anche di questo sono contento: non parteggio per nessuno dei due ma se devo scegliere scelgo mia madre e non perché sono un mammone ma perché tra maschi e femmine scelgo le femmine. Quell'invadenza maschile, per quanto legittima, mi sembra motivo sufficiente da parte di mia madre di rifiutarla e respingere Mario.
Per cui la mia distanza significa anche vai mamma e sbaraglialo.
Se solo lei avesse modo e voglia di capirlo.
Sopra tutte queste considerazioni c'è l'eccitazione di essere da solo al Gianicolo, di notte, al buio, con le luci arancioni che tutto rendono di un'altro spessore, e la paura di non allontanarmi troppo perché a essere davvero solo in mezzo alla notte in un posto con praticamente nessun altro, nessun altra, in giro un po' mi spaventa.
Non ricordo altro della sera, se non che Mario se ne tornò da dove era venuto, forse un albergo a Roma, mi auguro per lui, credo dopo aver raggiunto un accordo pacifico con mamma.
La mia uscita notturna, che io considerai una mia bravata, fu il main event della mia vita per lunghi mesi a venire.
Mi ricordavo di quella sera e me la raccontavo ancora e ancora.
Per celebrarne il ricordo improvvisavo un testo in italiano che raccontava la mia camminata solitaria precedendo i due innamorati al Gianicolo sulla musica di Alone Again in un arrangiamento per moog del quale mamma aveva il disco.
Mi sentivo ridicolo, un po' bambina, nel celebrare così quella sera, che, razionalmente, mi dicevo, non aveva nulla di così importante, e non mi aveva di certo cambiato la vita, ma era stata un momento diverso nella vita monotona di un bambino curioso che andava alle elementari dalle suore e non aveva il coraggio di sperimentare nemmeno la sua stessa curiosità.

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