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Il Tricorder



Io sono sempre stato propenso a indulgere alla mia fantasia, in maniere che normalmente la nostra società non consente alle persone adulte.
Così ancora oggi a 54 anni, se salgo su un ascensore moderno, pronuncio il comando vocale come fossimo in uno degli ascensori delle starship della flotta stellare, e dico ponte, o alloggio ufficiali, oppure bar di prora, a seconda dei casi.
Quando al cinema vedo un action movie la mia poltrona diventa quella dell'Enterprise dalla quale posso manovrare armi e teletrasporto per aiutare l'eroe o l'eroa del film, se mai ne avessero bisogno.

Forme momentanee di demenza? Può darsi. Io lo chiamo gioco.

Non importa se mamme severe mi davano dell'esaltato o la mia di madre un giorno fece un vero e proprio intervention.

Eravamo in vacanza a Ciciliano, c'era Luciano, il compagno di mia madre e Andrea, il mio ex compagno, anche se ufficialmente era solamente un amico, questo già la dice lunga sulle asimmetrie della ginecrazia imperfetta, quella successiva alla morte di nonna.

Eravamo andati a prendere Andrea alla sua casa di campagna, a una trentina di chilometri da Ciciliano, quando, dopo una mia telefonata, mi aveva detto che gli avrebbe fatto piacere passare del tempo insieme.
Andrea aveva  cambiato sezione ad Aprile. A Giugno lui era stato promosso, a me avevano dato matematica e disegno.
Andrea mi rivedeva come amico conscio che non avremmo potuto fare sesso in una casa di due piani dove lui avrebbe dormito nel divano letto della cucina al piano di sotto e io al piano di sopra, nel letto a castello, con mia sorella...

Mentre stavamo andando a prenderlo, in macchina io cantavo varie canzoni di Mina, tratte da Kyrie tra le quali c'era la magnifica Quatt'ore 'e tiempo che Mina si era fatta ricavare da un'aria sacra di Alessandro Stradella.
In questa canzone lei sta andando da lui, di corsa, sul taxi, perché il tempo è poco, e non è sicura che lui sarà contento di vederla, poi è già tra le sue braccia e a lei del resto non importa più niente.
Era la mia vendetta perché la mia storia con Andrea, anche se conclusa, non era stata riconosciuta e detta.
D'altronde stavo solo cantando una canzone, no? Non era colpa mia se il testo dicesse così.

Ricordo il silenzio, misto di imbarazzo e incazzatura, di Luciano, la cui autorità maschile nella Ginecrazia era pari a zero.
Anche mamma era stranamente silente, lei che parlava sempre, mentre mia sorella era ignara, distratta, affaccendata nel mondo suo.

In quel periodo io ero in fissa con un piccolo utensile, un taglierino molto snello, arancione e con la parte che sosteneva la lama in nero.
Io avevo tolto la lama e usavo il cursore che estraeva la lama come un elemento regolatore del device che era più di un tricorder di Star Trek visto che il cursore serviva per azionare il teletrasporto. 

Lo portavo sempre con me, segno distintivo del mio potere di capitano di astronave, la mia piccola nicchia di onnipotenza altrimenti sempre frustrata da una pletora di persone ignoranti che riteneva le teorie scientifiche che sciorinavo loro come i deliri di un ragazzino.

Il giorno dopo ci stavamo preparando a una uscita familiare di gruppo, io, mia madre, Luciano, mia sorella e Andrea, che era stranamente disinvolto e poco timido, chissà se lo era davvero o è solo la mia memoria che me lo ricorda così.

Io sono già pronto da un pezzo, mentre gli adulti e le adulte si attardano. Quando mia madre vede che porto con me il tricorder lei mi intima di non portarlo.
Stiamo andando a fare una passeggiata, a che ti serve?
Come rispondere a quella domanda che per me suonava come che giochi a fare tanto non è una cosa reale? Il senso del gioco sta tutto lì.

Io sapevo benissimo che il tricorder non era vero ma per me lo era e mi sarebbe piaciuto essere assecondato, essere riconosciuto almeno nel gioco.

Se esiste il tricorder allora esiste anche tutto il resto dell'Alessandro strano, quello che si cerca sempre di mettere tra parentesi perché dice cose strane, che a volte sono forse strane davvero, come adesso col tricorder-taglierino, altre volte magari dice cose forse più strane ma molto più concrete e vere, come la teoria della relatività, che impone che se c, la velocità della luce, è una costante, allora il tempo deve scorrere a diverse velocità, a seconda della massa gravitazionale, e anche le dimensioni si contraggono  a seconda della velocità...

Insomma, mamma perché mai ti dà fastidio il mio tricorder?

Allora pensai che lei credesse che quel mio gioco innocente, da me preso dannatamente sul serio, fosse il prodromo di una pazzia paterna che stava emergendo piano piano come sintomo concreto.
Il gioco andava soppresso per fugare quel dubbio e ripristinare il principio di realtà.

Quella volta mia madre lo fece con una una prepotenza inaudita.

Dopo che io, chiamandola Uhura,  mi ero rifiutato di lasciare il tricorder, spiegandole che in una missione esplorativa ci era indispensabile, lei non voleva più che lo lasciassi a casa ma mi intimava di liberarmene per sempre, se non butti quel dannato taglierino non usciamo.

Io che non mi capacitavo di tanto accanimento resistevo a quell'ordine, serrando il tricorder  che cominciava a scricchiolare nella mia mano.

Mia madre mi disse che non era normale, che la spaventavo,  che se non riuscivo a capire che quello che avevo in mano era un taglierino pericoloso (artificio retorico visto che sapeva benissimo che la lama l'avevo tolta) e non chissà quale strano strumento da me inventato (veramente era un device di una serie televisiva... che io stavo solo umilmente emulando) allora forse era il segno che davvero qualcosa in me non andava e dovevo essere curato.
Luciano pure cercava di riportarmi alla ragione dicendomi di obbedire a mia madre per non farla sentire male. 
Mamma infatti, arrabbiatissima, aveva il fiato corto e come al solito in quei casi, le parole le si strozzavano in gola.

Io rimanevo inamovibile.
Poi mia madre disse se non butti il taglierino domani torniamo a Roma e ti porto dallo psichiatra. Hai perso il senso della realtà. 

Eccomi vacillare. Mia madre si rende conto che ho accusato il colpo. Il mezzo sorriso di soddisfazione che non riesce a dissimulare mi umilia adesso che lo ricordo come mi umiliò allora.  

Il timore che la pazzia di papà dovesse in qualche modo manifestarsi in me perché io e mio padre nous sommes pareil  era un'idea che faceva ron ron nella mia testa da quando mia madre ce l'aveva messa, sì, ma evidentemente per me quel ragionamento un senso doveva avercelo, altrimenti le avrei riso in faccia.

Sapevo che il tricorder era un sintomo di sanezza mentale (quell'aggettivo inesistente lo avevamo inventato io e Andrea, usarlo confermava il contrario di quello che quella parola doveva significare)  ma temevo che un giorno invece del tricorder ci sarebbe potuto essere una sintomo vero...

Se mia madre voleva portarmi dallo psichiatra in fondo in fondo, sotto sotto, forse poteva anche avere un po' di ragione a farlo...

Allora intervenne Andrea, parlandomi con una voce calma e un'ottava sotto,  quella che si usa per convincere un bambino irragionevole che non riesce a separarsi dal suo peluche nemmeno quando deve andare in lavatrice oppure i matti violenti,  e propose un compromesso.

Avrei lasciato il taglierino (lo chiamò così, perché???) a casa, ma non lo avrei buttato.
Lo avrei potuto riavere, quando tornavamo a Roma. Per il resto della vacanza lo avrei lasciato lì dove lo metteva lui, nella buca incassata nel muro dove c'erano i contatori elettrici.

Perché non potevo essere lasciato in pace coi miei giochi?
Che male facevo se usavo il tricorder?
Mi vennero in mente le parole della canzone Sognando in cui Mina dice Non so che male posso fare, se cerco solo di volare. Io non capisco i miei guardiani, perché mi legano le mani.

Rimanere nella parte era il solo modo per non perdere la faccia, per non ammettere, e riconoscere, che la mia famiglia mi era ostile, che non mi sosteneva nemmeno nei giochi, che ero solo anche in quello, e che anche per un gioco innocente  ottenevo la stessa risposta che ricevevo quando spiegavo loro il principio di indeterminazione: ma che sei matto?!

Mi sentii tradito anche da Andrea che aveva scelto il principio di realtà al mio mondo fantastico che lui conosceva bene.
Avevo sempre sperato che mia madre non giocava con me perché non sapeva come fare. Ma Andrea sapeva come fare allora perché non giocava con me?

Quello che io intendevo per giocare significava vivere nel mondo in un modo diverso, sempre, non solo quando giocavo ma anche quando leggevo i libri  e vedevo i film,  quando andavo a fare delle passeggiate e anche quando amavo e quando facevo l'amore.

Come potevano solamente sospettare che io credessi davvero al tricorder se il tricorder non esiste?Esisteva perché lo ci stavo giocando io.
Negando il tricorder negavano me come facevano a non rendersene conto?

Andrea in realtà salvò la situazione e, conoscendone l'indole timida e supina al potere, intervenire in quel modo, prendere il tricorder dalle mie mani e depositarlo vicino ai contatori ,fu un gesto notevole, di amicizia, rispetto, affetto e riconoscimento.

Oggi credo di avere sbagliato diagnosi.

Mia madre non pensava il tricorder fosse un segno della mia pazzia latente che si stava manifestando in maniera concreta.

Mia madre ha sempre considerato la mia pazzia in atto e non latente.

L'essere come papà cui lei si riferiva non era già una certa indole che avevamo in comune, alla polemica, alla dialettica (se papà era chiamato l'avvocato io ero stato l'avvocato cipolletta), alla tendenza a puntualizzare e correggere gli errori e, chissà, forse anche per alla malattia mentale.

Per mia madre essere come papà significava semplicemente essere maschio come lui.

Come figlio della ginecrazia il mio essere maschio era IL difetto che giustificava ogni mancato allineamento al mondo esterno, non solo quello ginecratico ma anche quello patriarcale che esisteva al di fuori della ginecrazia, mamma lo conosceva fin troppo bene frequentandolo quotidianamente.

Più che un maschio fallato ero una donna fallata.
E visto che l'anatomia maschile è una versione differenziata di quella femminile, che è il modello universale, non è forse davvero un po' così?

Noi maschi siamo tutti femmine fallate.

Per mamma ero strano sempre. Ero strano quando giocavo, quando leggevo, quando le dicevo le leggi della fisica, quando mi innamoravo, quando facevo sesso.
Erano tutte forme di un modo di essere per lei altro, alieno, per lei impraticabile, che associava col mio appartenere al sesso maschile.

Un'alterità  numinosa che già l'aveva sconfitta (papà) e con la quale doveva lottare tutti i giorni quando si muoveva da donna in un mondo di maschi.

Per potermi neutralizzare doveva convincersi, e convincermi, che se anche ero un maschio ero un maschio fallato che dunque non poteva davvero esautorarla, come facevano i maschi veri.

Almeno lui no.

E' stata mia madre ad abituarmi a dare peso alle mie argomentazioni presentando le auctoritas le più inespugnabili perché il fatto che certe cose le dicessi io non era mai sufficiente.
Anzi era sempre la prova che fossero fesserie, come il tricoder, come la relatività, come l'omosessualità.

E se le dico che nemmeno Freud ha mai detto che l'omosessualità è una malattia lei mi risponde eh ma anche lui non era un po' così?

Anche per questo ho ritardato a fare coming out perché solo se non sei frocio puoi dire che l'omosessualità non è una malattia, proprio come solo se non sei donna puoi dire che le donne non sono inferiori all'uomo.

Solo se non hai le mani in pasta.
Solo se non ti riguarda direttamente.
Altrimenti stai portando acqua al tuo mulino e la tua auctoritas va a farsi benedire.

Anche in questo esatto momento in cui vi scrivo mi sento sconfitto perché la programmazione di mia madre ha avuto un effetto così profondo e devastante nella mia vita. Non mi rendo conto invece di essere una delle poche persone che della cassetta di mia madre non ne ho solamente la consapevolezza, ma sono anche riuscito a fermare il nastro, aprire il vano portacassette del registratore, tirare fuori la cassetta e unfold (come si dice in italiano?!?)  il nastro, guardandolo in tralice, come fosse una pellicola, per saggiarne i singoli fotogrammi, tutti cronofotografie di un passato distante eppure immediatamente presente.






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