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Mariù è bandita, tua madre è morta, rimango solo io!


Una sera che come al solito ero a cena da Frances, la mia amica americana, le dissi che avevo chiuso con Mariù.
Mariù era un'altra mia amica dei tempi del liceo, un poco prima di Frances.
L'avevo conosciuta quando prendevo ripetizioni di Latino. Lei era la mia prof. Quando mi aveva invitato a cena a casa sua ne ero stato felice. Quella sera verso le 23.30 le chiesi se c'erano notturni. Mi mentì dicendo che non c'erano ma che potevo dormire da lei. Dormimmo insieme nel suo letto matrimoniale. lei in maglietta e mutandine, io in slip. Spogliarmi davanti a lei fu la cosa più naturale del mondo.
Era l'estate del 1984.  Mariù fu la prima donna alla quale abbia mai detto che mi piacevano i ragazzi senza temere di mancarle di rispetto.
Da brava checchina timida pensavo che dire a una donna preferisco gli uomini non era carino perché implicava, mio malgrado, che non mi piacessero le donne, e quindi non mi piaceva lei. 

Lo implicava un po' perché alcune ragazze che avevo incontrato negli anni del liceo quando avevo detto loro che mi piacevano i ragazzi si erano comportate esattamente come se glielo avessi davvero detto. Avevano cominciato a vedermi come sessualmente innocuo e questa è una cosa che mi ha sempre offeso molto.
Un po' perché qualche ragazza per il solo fatto di non averci provato con lei dava per scontato che lo fossi, gay. In una cultura patriarcale è un sottinteso inemendabile.

A quelle ragazze con le quali non ci provavo  non veniva in mente che magari non ci provavoperchè non mi piacevano loro e non perché ero gay. D'altronde non è che, da gay,  ci provassi con tutti i ragazzi.

Anche mia sorella una volta disse del mio amico Massimo, peccato che è gay...
- Perché? Le chiesi.
Eh perché così non ci sta con me.
- E chi te lo dice che Massimo non viene a letto con te "perché è gay" e non perché non gli piaci proprio tu?
Mia sorella non capì che cosa le volevo fare notare.

Anche se sono gay ho sempre subito il fascino femminile.
Per questo trovavo davvero doloroso essere considerato innocuo.
Da Mariù ero attratto oltremodo. Quando ci conoscemmo io avevo 19 anni e lei ne aveva 34. Era davvero molto bella, con questa bocca carnosa, una carnagione scura, sempre abbronzata, i capelli  lunghi capelli che le arrivavano quasi al sedere, una seno perfetto che lei teneva sodo con degli esercizi che faceva ogni mattina.
Aveva una capacità di stare nuda senza implicare nessun innuendo sessuale. Senza negarlo, anche.

Da checchina timida non capii da dove veniva il turbamento che lei mi causava.

Mariù aveva il pregio di non catalogare le persone in base all'orientamento sessuale e il sesso per lei è sempre stato uno strumento di conoscenza e incontro.

Due ragazzi gay, che erano stati insieme ma si erano già lasciati, che si chiamavano entrambi Alessandro, sono stati a letto con lei in tempi diversi.
Lo so perché  io dormivo sempre in camera di Mariù e la mia presenza, come quella di qualunque altro ospite, non l'ha mai inibita.
Non pensiate sia una cosa gross, era un mondo nostro, fatto di intimità e rispetto, con limiti e paletti posti a diversi livelli, tutto qui.

Mariù mi aveva aperto un mondo per me altrimenti irraggiungibile.

I primi compagni e le prime compagne, i primi musicisti e musiciste, le prime ragazze lesbiche, i primi ragazzi gay li ho conosciuti tutti a casa sua, oltre alla buona musica francese, al nudismo (al mare) e alle canne.

Io non subivo solamente il fascino di Mariù ne subivo anche la soggezione.
Solo anni dopo mi resi conto che la soggezione non nasceva solamente dalla mia timidezza e dalla mia propensione a prostrarmi dinanzi l'autorità femminile. No. Nasceva anche da una sua smodata, inconscia e ridicola smania di competizione.

Così nell'estate del 1984, a Massenzio, la manifestazione dell'Estate romana più importante ci sia mai stata, quando dissi a Mariù, dopo averlo visto insieme, che  Immacolata e Concetta, il film di Piscicelli che parla di lesbismo, mi aveva fatto schifo (lo penso tutt'ora) siccome a lei era piaciuto, invece di accettare un'opinione diversa dalla sua, mi rispose Certo che a voi intellettuali non vi sta mai bene niente.

Io andavo ancora a ripetizione da lei. Di latino. Quell'anno mi avevano dato anche Inglese, Matematica e Disegno. Avevo 19 anni e facevo ancora il quarto (ero stato seccato in primo, a giugno). A settembre mi avrebbero bocciato perché non avevo studiato un cazzo ma per Mariù ero un intellettuale. 
Allora Michele Serra che cos'era?

Mariù mi rimproverava di non esprimere mai quel che pensavo. Aveva ragione. Purtroppo quell'unica volta che lo feci, per correggerla di uno svarione scientifico che aveva affermato, lei si offese e io ci rimasi malissimo. Allora c'era un motivo se non mi sentivo libero di comunicarle i miei pensieri.
Evidentemente ancora non mi fidavo del mio istinto.

Solo quando imparai a fidarmene capii che Mariù non era quel fulgido esempio di marxismo che pretendeva di essere.
Così i neri africani parlavano il francese con un forte accento non perché non era la loro lingua madre (e anzi una lingua di conquista coloniale) ma perché in quanto neri avevano un'epiglottide diversamente conformata (giuro, me lo disse davvero).
Oppure si schernì che non veniva al Pride perché lei stava con una donna, non era dichiarata e insegnando nella scuola (pubblica) la sua presenza al Pride avrebbe messo a rischio il suo lavoro. Come se al Pride non ci siano anche etero e bisex...

Insomma Mariù sapeva vendersi bene ma non era affatto quella donna emancipata e colta che pretendeva di essere. Era piuttosto una borghese radical chic molto generosa nella sua vita personale ma molto chiusa, intellettualmente parlando.

Anche sessista. Una volta che le avevo detto che mi piaceva molto Loredana Bertè come cantante Mariù mi aveva detto che era una brutta persona, perché sapeva, da fonte certa, che si era scopata tutti gli uomini della sua band.
E dov'era il problema? E lei coi due Alessandri, e con Letterio allora?
Peccato che rimasi muto...

Però  quando anche Mariù mi disse piangi Ale altrimenti crolli decisi che non valeva proprio più la  pena di avere questa zavorra.
Potevo capire questo modo di vedermi da parte di zia Maria  ma non non trovavo giustificazione alcuna che lo stesso conformismo borghese fosse anche della mia amica compagna, che, tra l'altro, avrebbe dovuto conoscermi meglio di così.

Insomma sono lì a casa di Frances, un Martini in mano (il cocktail non il vermouth), e le sto raccontando che ho appena sfanculato Mariù.
Mamma era appena morta, sarà stato fine 1990, inizio 1991.

Frances alla notizia ne gioisce e commenta, trionfante: Mariù è bandita, tua madre è morta, resto solo io AHAHAHAHA e si cimenta in una perfetta risata da dominatrix. 

Scherzava, ma era anche il suo modo di dirmi, tesoro non ti preoccupare I won't ever let you down.

Mia madre aveva sempre malvisto entrambe queste mie frequentazioni.

Mariù per mamma era sessualmente troppo accessibile.
Un giovane di 19 anni che dorme a casa di una 34enne, per giunta nel suo stesso letto, non può che farci sesso.
Se non ce lo fa si sa il perché.

A mia madre non andava bene né che mi scopassi Mariù (anche se per lei era Mariù a scoparsi me  vista la differenza d'età)  né che non me la scopassi.

Con Frances, dati i 30 anni di differenza, era più una questione di opportunità del comportamento che di possibilità sessuale.

Lo capii quando le feci notare che Frances mi era venuta a vedere a teatro e lei no (verrà dopo e solo perché c'era anche mia sorella sul palco).
A questa mia considerazione mia madre si irò e mi urlò contro, tossendo, come consuetudine, dicendo che lei non era una vecchia che faceva la bambina. 

Una 49enne non va in giro per le scuole a vedere gli spettacoli dei suoi amici liceali... Sta a casa a fare la donna matura.

Frances è stato il più bel regalo di questa mia vita.
La conobbi nel 1984 come cantante Jazz. Io ero un suo fan e andavo a vedere ogni concerto che faceva a Roma. Mi iscrissi anche a un corso di canto jazz solo perché c'era lei tra le insegnanti.
Diventammo amici nel 1986, subito prima che lei corresse a Parigi per far ricoverare suo marito Fernando che aveva avuto una ricaduta per il cancro alla gola che aveva già curato due anni prima e che lo ucciderà quell'ottobre.

Di ritorno dal funerale, mentre Frances modifica alcuni arredi della casa il cui aspetto era rimasto oscenamente lo stesso di quando ci aveva vissuto con Fernando, che non c'era più, mentre strappiamo delle foto dai muri, Frances mi chiede a bruciapelo Ma tu credi che dopo la morte c'è qualcosa o che la morte è la fine di tutto?
Io la guardo e le rispondo, sincero, penso che la morte è la fine di tutto.
Anche io mi disse.
In quel momento sancimmo un'amicizia unica, profonda, inalienabile.

22 anni dopo, quando le era stato diagnosticato un cancro al pancreas che se la porterà via in 40 giorni, mi disse che, di tutti gli amici che aveva, solamente con me si sentiva di poter essere se stessa al 100%, con gli altri e le altre sentiva di dover tirare il freno...

I primi anni anche io avevo subito la sua soggezione. Col tempo avevo imparato a conoscerla e mi divertivo a scoprire negli altri il panico che c'era stato in me e in quel momento non c'era più.

Quando mamma morì  mia sorella odiò il mondo perché lo accusava di avergliela portata via.
Non avevo mai compreso questa sua reazione. La trovavo irrazionale.
Non che non la rispettassi o non la trovassi legittima o avessi qualcosa da ridire.
Solamente, non la capivo. Non ci arrivavo.
Per quanto fossi devastato io non ce l'avevo col mondo.

Quando è morta Frances, quando quel cancro se l'è portata via in un baleno, solo allora ho capito mia sorella.

Mi sentivo defraudato, derubato. Il mondo mi aveva tolto Frances e ora non aveva più alcun interesse per me.

Quando me ne resi conto chiamai mia sorella: non avevo mai capito quello che provavi. Ma per Frances provo esattamente la stessa cosa che hai provato tu per mamma.  Te lo volevo dire.

Lei mi rispose eh, hai visto che avevo ragione? 

Avrebbe potuto aprirsi, mi avrebbe potuto chiedere di Frances magari avrei versato tutte le lacrime anche quelle che non avevo versato per mamma.

Ma  le fu più facile ridurre tutto a una questione di torto o ragione, come fosse stato più importante avere ragione che apprezzare che tuo fratello, per onestà intellettuale ma anche per affetto, ti dice  che capiva solamente in quel momento una cosa che aveva avuto difficoltà a capire prima.

Naturalmente credo ancora che ognuna, e ognuno, reagisce come le pare.

Però, che spreco, no?




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