Groddeck, Burda e mammamica.
Negli anni 70 mamma aveva una vita sociale tipica della piccola borghesia. Cene e uscite con le amiche d'ufficio.
Lei, sempre tirata coi soldi, di solito rifiutava gli inviti al bar per evitare poi di ricambiare. Così mi ha sempre detto e raccomandato di fare.
Ora sapete quanto per me ogni caffè offerto sia un atto rivoluzionario, anche se rimango tutto dentro la previsione di Groddeck che We play our mother's cassette: facciamo sempre quello che ci ha insegnato nostra madre. Al limite possiamo fare il contrario di quello che ci ha insegnato lei...
Una volta, mamma viene invitata a passare il weekend al mare, d'inverno, tra amiche, senza mariti. Per lei era una condizione quotidiana per le altre presumo una piccola liberazione...
Le specificarono però di venire vestita elegante.
Mamma si incazzò. Trovò la richiesta classista.
Lei era una piccola borghese non la moglie di qualche altoborghese che si trastullava al Ministero per non rimanere in casa a far niente. Parole sue.
A lei i soldi dello stipendio servivano per crescere me e Silvia.
Insomma si indignò che le sue "amiche" le chiedessero di spendere dei soldi per un vestito che non non aveva (né i soldi né il vestito).
Così mia madre pensò bene di vendicarsi.
Andò al deposito della nettezza urbana che c'era a pochi isolati da casa nostra, si fece dare due sacchi dell'immondizia, di quelli grandi e neri, molto più spessi di quelli che fanno oggi.
Li portò a casa, mise mano alla sua collezione della rivista Burda (in tedesco!!!) e, usando la plastica dei sacchi come tessuto, si cucì un abito da sera.
Mi ricordo benissimo lei che prende le misure, lo cuce con la sua macchina da cucine Singer , lo prova e lo indossa, soddisfatta.
Si presentò così alla festa di amiche senza mariti.
Mia madre sapeva essere anche leggera e autoironica.
La mia ironia l'ho appresa da lei.
Mi ricordo tanti siparietti geniali.
Per esempio, quando chiedeva il prezzo di un oggetto che aveva in mano e si sentiva rispondere con una cifra esagerata, nel rimetterlo a posto, faceva il gesto di rimettere sull'oggetto la polvere che poteva esserle rimasta sulle dita, non fosse mai le facessero pagare anche quella...
Lo faccio anche io ancora, qualche volta.
Ancora.
Al pranzo di matrimonio di una delle migliaia delle figlie delle sorelle di mamma, il cameriere mette nel piatto di mamma dei tortellini. Troppo pochi evidentemente, perché mamma inizia a contarli ad alta voce: uno, due, tre...
Al che il cameriere, solerte, ne vuole di più signora?
Mamma sapeva anche sorprendermi.
Così quando mi tagliai i capelli a zero, lasciandomi solamente un ciuffo sul davanti che potevo manovrare come meglio volevo, mia madre, ostentando un finto disgusto, mi disse, cercando di non ridere, mah.. non ci stai male, a parte il ciuffo.
E io che pensavo le venisse un infarto.
Più o meno nello stesso periodo, mia madre fece un'affermazione a suo modo epocale.
Eravamo in macchina, tornavamo non mi ricordo più da dove, e lei mi chiese così, out of the blue, che fine avesse fatto Paolo, il ballerino, il mio fidanzato.
Mamma si muoveva a vista, non sapeva come riferirsi a Paolo temendo che una denominazione errata facesse attivare la maestrina con la penna rossa che è in me.
Come chiamarlo? Ragazzo? Fidanzato? Dopo aver cercato inutilmente un sostantivo adeguato si era limitata a chiamarlo per nome.
Di solito mia madre non si interessava dei miei amori, se per questo nemmeno delle mie amicizie, per cui la domanda, sincera perché improvvisa, mi stupì.
Un attestato di interesse così spontanea non meritava niente di meno che la verità.
Le dissi che Paolo lo avevo lasciato perché non aveva mai tempo di vedermi, con la scusa dello studio, mentre io preferivo qualcuno che fosse presente.
Credo che la franchezza della mia risposta la sorprese e la rassicurò.
Con la scusa che non poteva guardarmi perché stava guidando mi disse, lo sguardo dritto sulla strada, dopo una pausa né lunga né corta: Hai fatto bene, se non ti amava. A me non interessa se ti fai storie con uomini o donne. L'importate è che sei felice.
Non credo potessi pretendere di più da mia madre. Per cui fermati attimo, sei bello.
Sarà stato l'87. Io avevo 22 anni. Quello fu il principio di una amicizia che sarebbe anche potuta essere lunga (ricordate Casablanca?) se l'aids non si fosse intromesso portandola via 3 anni dopo.
quello fu anche il periodo in cui io e mamma parlavamo sottovoce pur di non svegliare Silvia e goderci il silenzio che abitava la casa quando lei dormiva.
Mamma prese anche a fare la pennichella postprandiale sul mio letto.
Mi chiese anche scusa una volta. Le dissi che mi faceva piacere.
Quella volta mi disse anche che aveva pensato di provare a fumare una canna.
Poi non ci fu occasione di fargliela provare...
Non parlo mai di questo ultimo periodo con mia madre.
La morte improvvisa lo ha cancellato così in fretta da renderne doloroso anche solo il ricordo, ,figuriamoci parlarne.
E' successo tutto così in fretta che è come se la vita dinanzi la nostra amicizia, abbia detto amiche mai, piuttosto morta.
Che stronza, la vita...

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